La Repubblica Romana

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appunto leggero e poco obiettivo scritto da un non addetto ai lavori

Dopo un paio di giorni di conclave e quattro scrutini, il 16 giugno 1846, dal comignolo della Sistina, la fumata bianca annuncia che il 255° vescovo di Roma é stato eletto. Viene da una famiglia nobile marchigiana, di Senigallia. Ecclesiastico da trent’anni é stato Arcivescovo di Spoleto e di Imola. Giovanni Maria Battista Pellegrino Isidoro, nono figlio del Conte Girolamo Mastai Ferretti s’imporrà il nome di Pio IX (1) e regnerà, secondo solo a Pietro, per 31 anni, 7 mesi e 23 giorni.

I suoi sudditi, da Fano a Civitavecchia, da Casalecchio di Reno a Terracina, pensano d’aver trovato anche loro, in lui, un re che sulle orme di altri regnanti della penisola, da “Re Tentenna” (2) a “Re Bomba” (3) possa avviare quel processo liberale che da ogni parte si chiede. E non é che lo pensano cosi, tanto per pensare qualcosa, al contrario, perché gli atti che il nuovo papa compie nei suoi primi due anni di regno lasciano pensare davvero tutto quello che “tutti quelli” pensano.

Ad un mese dalla sua elezione concede l’amnistia per i reati politici e quando dopo nemmeno due anni dalla salita al Soglio Pontificio, il 10 febbraio 1848, pubblica un proclama nel quale é contenuta la frase “Benedite gran Dio l’Italia(4) l’entusiasmo va alle stelle. La ventata liberale sembra inarrestabile e il 14 marzo 1848 promulga lo «Statuto fondamentale per il governo temporale degli Stati della Chiesa», istituisce due Camere e un Sacro Collegio di Cardinali. Insomma, bene o male, una Costituzione anche se poi, a leggerla bene, non é che la Carta cambi di molto lo stato delle cose ma anche la sola idea che un’aria nuova stia tirando, gonfia le vele della speranza senza contare che poi, quelli che sanno leggere bene sono pochissimi, quelli che sanno leggere pochi e tutti gli altri sono analfabeti.

Insomma sembra la volta buona e la strada della liberalità appare spianata verso grandi riforme che si materializzano nel “Ministero liberale”, in una certa libertà per la stampa e per gli Ebrei, nell’istituzione della Guardia Civica e nel Municipio di Roma.

Come se non bastasse, in quello stesso mese di marzo, mentre i milanesi per cinque giorni si tirano schioppettate con gli uomini del signor Radetzky, Pio IX, sull’esempio del Granduca di Toscana e del Re di Napoli, spedisce verso il fronte della Prima Guerra d’Indipendenza i generali Durando e Ferrari: l’uno a capo di truppe regolari e l’altro con un gruppo di volontari. Comunque la si voglia mettere o interpretare é lo Stato Pontificio che, per la causa italiana, si schiera contro l’Austria. L’esercito papalino però, arrivato al Po si ferma (forse era nei programmi) e dopo poco fa dietro-front forse per le pressioni del Sacro Collegio. Ufficialmente, e pubblicamente, il papa giustifica il ripensamento come il frutto di un travagliato conflitto generato dal carattere universale, super partes e spirituale del suo mandato. (5)

Questo ripensamento segna l’inizio di un’inversione di marcia, di un revisionismo rapido e se non ottuso quanto meno miope, che sgretola rapidamente il rapporto speranza-fiducia-sostegno mentre nelle Sacre stanze si comincia a sentire qualche borbottio salire dalla strada. Il papa da il via a un carosello di Ministri fino a che, a Novembre, sempre del 1848, nomina Capo di Gabinetto un laico già ambasciatore di Luigi Filippo, professore alla Sorbona di Parigi e alto funzionario di polizia. La scelta si rivela una scelta infelice che scontenta tutti, dai più accesi liberali ai repubblicani estremisti, dai clericali più retrivi ai cattolici moderati. Pellegrino Rossi non piace alla gente del popolo né all’aristocrazia e né al clero. Non piace ai liberali e ai repubblicani per il suo passato di lacché del re di Francia, al clero per certi suoi atteggiamenti agnostici e perché sposato con una protestante mentre tra il popolo ha fama d’essere un uccello del malaugurio.

Forse sfortuna, però, se la porta da solo. Il 15 novembre mentre scende dalla sua carrozza e s’avvia verso l’entrata del Palazzo della Cancelleria, gli si fa intorno un gruppo di uomini con certi nomi che sembrano di fantasia: Costantini, Mecocetto, Toto Ranuzzi, Trentanove e Gigi Brunetti. Mecocetto spalanca il mantello come un avvoltoio per fare schermo a Gigi Brunetti, il figlio di Ciceruacchio, che sgozza, con una coltellata, il primo ministro di Pio IX spedendolo al Creatore in pochi minuti.

E’ la scintilla: una fiumara di gente scende per le strade, le riempie come un fiume in piena e arriva al Quirinale. Tra la folla imbufalita c’é anche Charles Lucien Jules Laurent Bonaparte, nientepopòdimenoché il figlio di Luciano Bonaparte fratello di Napoleone, Primo Console, Re d’Italia e Imperatore dei Francesi, il quale Charles Lucien, siccome é anche Principe di Canino e Musignano è, più praticamente italianizzato, in Carlo Luciano Bonaparte.

S’appicca il fuoco ad uno dei portoni laterali del Palazzo e comincia a fischiare qualche pallottola: monsignor Palma che si trova a non più di due metri dal Papa, cade a terra morto stecchito e mentre ancora il terrore lampeggia negli occhi del successore di Pietro, si spalanca quello che i romani chiamavano “il finestrone” e Giuseppe Galletti, un brav’uomo e onesto deputato amato dalla gente e stimato da Pio IX, proclama la nascita di un nuovo governo. Stavolta democratico.

Il papa si pente della mossa che ha lasciato compiere al Galletti e dopo due giorni, il 17 di Novembre, convoca il Corpo Diplomatico e dichiara che siccome é costretto a piegarsi, i suoi atti da quel momento devono essere considerati condizionati dalla violenza e perciò senza nessun valore poi, congedate le “feluche” si traveste da prete, prende l’Appia verso i Castelli e abbandona Roma. Ferdinando II, lo accoglierà in gran devota pompa, qualche giorno dopo, a Gaeta.

Gotifreddo Mameli dei Mannelli è genovese di famiglia sarda, ha compiuto da poco ventuno anni, ha una certa vena poetica ed é più conosciuto come Goffredo; in giorni ribollenti d’entusiasmi repubblicani butta giù uno dei suoi numerosi scritti che resteranno in buona parte inediti, o quasi. S’intitola «al Campidoglio!» e, una volta musicato, diverrà il primo canto rivoluzionario della, ancora in gestazione, Repubblica Romana. Recita cosi:

«Al Campidoglio! il Popolo

Dica la gran parola:

Daghe i Romani vogliono,

Non piú triregno e stola;

Non morirem d’affanno

perchè fuggì un tiranno

perchè si ruppe il canapo

che ci legava al pie’

Perché si ruppe il canapo

Che ci legava il pié!

Viva l’Italia e il Popolo,

E il Papa che va via!

Se andranno in compagnia,

Viva anche gli altri re

Addio, Sacra Corona

Finí la Monarchia

Or ch’é sovrano il Popolo

Mai piú ritorni un re.

O popoli fratelli

oppressi da mill’anni

Buttate giù i cancelli,

scacciate i re tiranni!

Mai più sui troni siedano

imperatori o re!»

Un re che scappa non é, nella nostra Storia, un fatto eccezionale; un papa che scappa, quasi si. Perché il papa, un Re senza dinastia, se s’alza dal trono e, come si dice a Roma, “fa’ tela” dalla sua sede apostolica, politica, amministrativa e simbolica perde, d’un colpo solo e automaticamente, ogni prerogativa temporale se non di riferimento spirituale.

Roma, il luogo simbolo del suo potere temporale, più che sotto un temporale si ritrova sotto un diluvio, dal punto di vista di governo. Di solito, in questi frangenti, il Popolo – specie quel popolo romano cosi disincantato che di storia ne ha vista tanta e con la quale é abituato a convivere – non si perde d’animo più di tanto e, né uno né due, risolve il problema dichiarandosi sovrano. Succede anche a Roma e l’11 dicembre il Consiglio dei deputati, per colmare il vuoto di poteri, nomina una Giunta di Stato che, una settimana, dopo Pio IX dichiara sacrilega. La Giunta però non s’impressiona più di tanto e fissa al 21 Gennaio le elezioni per l’Assemblea Costituente:

«É convocata in Roma un’Assemblea Nazionale, che con pieni poteri rappresenti lo Stato romano. L’oggetto della medesima é di prendere tutte quelle deliberazioni che giudicherà opportune per determinare i modi di dare un regolare, compiuto e stabile ordinamento alla cosa pubblica, in conformità dei voti e delle tendenze di tutta o della maggior parte della popolazione. Sono convocati i comizi per le elezioni del 21 gennaio 1849. Duecento il numero dei rappresentanti. Il voto sarà diretto e universale. Gli elettori tutti i cittadini dello Stato dagli anni ventuno compiuti, che vi risiedono da un anno e non privati dei diritti civili. Eleggibili tutti i medesimi che abbiano compiuto l’età di 25 anni. Il 5 di febbraio destinato all’apertura dell’Assemblea».

E’ il suffragio universale, seppure ancora limitato ai soli uomini, e a votare ci vanno in 250.000, più di un terzo degli aventi diritto. I clericali e i lealisti si astengono mentre preti e monache passano la giornata recitando giaculatorie e sgranando rosari.

Sono eletti 65 tra emiliani e romagnoli, 50 marchigiani, 25 umbri e 32 laziali; un totale di 179 deputati. Tra questi, solo sette non sono originari dello Stato Pontificio e tra loro c’é Giuseppe Garibaldi, eletto a Macerata.

Il 5 febbraio, i membri dell’Assemblea Costituente assistono a una messa a Santa Maria in Ara Cœli poi si riuniscono in Campidoglio e, per chiudere in bellezza, a piedi si dirigono verso il Palazzo della Cancelleria. Giuseppe Galletti é eletto presidente dell’Assemblea.

Cosi la racconta Aurelio Saffi: «Il giorno 5 Febbraio i Deputati, adorni il petto e la sciarpa tricolore, movevano a piedi al suono delle bande civiche dal Campidoglio al Palazzo della Cancelleria… Vedevi dagli atteggiamenti degli uomini il pensiero solenne del grande atto che i tempi e i destini d’Italia assegnavano alla Città iniziatrice»

Ci siamo: l’Assemblea é riunita e all’una del mattino con 120 voti a favore, 10 contrari e 12 astenuti proclama la Repubblica: «Il Papato é decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano. Il Pontefice avrà tutte le guarentigie necessarie per l’indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale. La forma del governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana. La Repubblica Romana avrà col resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune».

E’ il 9 febbraio 1849 e il Principe Agostino Chigi annota sul suo diario: …“all’un’ora dopo la mezza notte l’Assemblea Costituente ha decretato la cessazione del Governo Pontificio temporale e l’adozione del Governo repubblicano. Poco dopo hanno suonato le campane di Monte Citorio e di Campidoglio e si sono sentiti degli spari e delle acclamazione. Questa deliberazione é stata annunziata questa mattina al pubblico con un proclama sottoscritto dal Presidente dell’Assemblea Galletti e dai Segretari. Circa poi le tre pomeridiane si é fatta la solenne promulgazione in Campidoglio, accompagnata da salve di artiglieria e suono di bande»…

Nasce la Repubblica Romana che sceglie per bandiera il tricolore, per simbolo un’aquila che, coronata d’alloro, artiglia un fascio littorio e per motto “Dio e Popolo”.

A Piazza del Popolo, la stessa dove Mastro Titta ventiquattr’anni prima aveva tagliato la testa a Targhini e Montanari, a venticinque metri sopra il mondo, sulla cima dell’obelisco Flaminio, quello che Ottaviano Augusto volle sradicato da Heliopolis, Marco Agrippa portò a Roma, Domenico Fontana trapiantò per ordine di Sisto V e Valadier abbellì di leoni rosseggia il cappello frigio della rivoluzione.

Destinatario:

Signor Giuseppe Mazzini

Testo:

Roma Repubblica, venite!

Firmato:

Goffredo Mameli

Dice più questo icastico che tutte le cataste di libri scritti sulla Repubblica Romana, che pure ne hanno analizzato con rigoroso spirito di ricerca e, in alcuni casi, eccellente storiografia cattedratica tutti gli aspetti d’ordine politico e sociale.

Mazzini arriva a Roma il 5 Marzo e rifiuta i pieni poteri. Al Governo, insieme con lui, uniti in triumvirato, sono chiamati Carlo Armellini e Aurelio Saffi.

Ma che Roma é quella di quell’inizio del 1849? E’ una città che rappresenta perfettamente la “sana” amministrazione papalina: sporca, puzzolente, malsana, piena di mosche ed escrementi, con le rovine abbandonate a pascoli e vandalismi. Una città di preti, di aristocrazia nera e di morti di fame la cui vita media non supera i quarant’anni. Giacomo Leopardi, pochi anni prima, in una lettera al padre scrive di sentirsi in pace ed al sicuro una volta giunto a Firenze che a Roma, invece, non si può esser sicuri di rincasare vivi.

Tutto lo Stato Pontificio conta poco meno di tre milioni d’abitanti e di questi circa 30.000 sono preti, che da soli si pappano un reddito di 85 milioni di scudi. Gli altri, i 2.770.000, devono dividersi 31 milioni.

Se il governo del Papa non assicura il benessere sociale ed economico, le cose vanno anche peggio a proposito di giustizia. I membri del clero non pagano imposte e non possono essere portati innanzi a un tribunale, essendo quello ecclesiastico l’unico competente al loro riguardo. I cardinali, poi, non si possono nemmeno denunciare al tribunale ecclesiastico, se non con il loro consenso. In questa situazione non é difficile capire perché in pochi sentono la mancanza di Pio IX che però mantiene tutta la sua influenza internazionale. A dimostrazione di questo c’è il fatto che un solo paese straniero riconosce la Repubblica: gli Stati Uniti d’America che però sono poco influenti sullo scacchiere europeo e troppo lontani da esso.

I primi atti del Governo sono tanto simbolici quanto importanti. Vengono aboliti la pena di morte, la tortura e l’arresto indiscriminato che viene reso possibile solo in flagranza di reato. Viene anche abolito il tribunale del Sant’Uffizio, dispensatore generoso delle tre cose appena elencate.

Viene concessa la libertà d’espressione del pensiero, di stampa e quella religiosa, con la conseguente immediata liberazione di quanti, per questo, sono stati perseguitati e rinchiusi, ebrei in testa.

Pio IX non ci sta’ e da’ del “comunista” a Mazzini che gli risponde con garbata fermezza: «Il papa deve sapere che il comunismo é avversato dai più fra i repubblicani e tenuto da noi siccome concetto antiprogressivo, ostile alla libertà umana».

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA

La sovranità é per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano é costituito in repubblica democratica.

II regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o di casta.

La Repubblica con le leggi e con le istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli, rispetta ogni nazionalità, propugna l’italianità.

Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.

Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

Le persone e le proprietà sono inviolabili.

Nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per mandato di giudici; né essere distolto dai suoi giudici naturali. Nessuna corte o commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsivoglia titolo o nome. Nessuno può essere carcerato per debiti.

Le pene di morte o di confisca sono proscritte.

Il domicilio é sacro; non é permesso entrarvi che nei casi e nei modi determinati dalla legge.

La manifestazione del pensiero é libera; la legge ne punisce l’abuso senza alcuna censura preventiva.

L’insegnamento é libero. Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo, sono determinate dalla legge.

Il segreto delle lettere é inviolabile.

L’associazione senza armi e senza scopo di delitto é libera.

Nessuno può essere costretto a perdere la proprietà delle cose, se non per causa pubblica, previa giusta indennità.

L’Assemblea é costituita dai rappresentanti del Popolo.

Ogni cittadino, che gode i diritti civili e politici, a 21 anni é elettore, a 25 é eleggibile.

I rappresentanti del popolo sono inviolabili per le loro opinioni emesse nell’Assemblea, restando interdetta qualunque inquisizione.

Ciascun rappresentante del popolo riceve un indennizzo, cui non può rinunciare.

Le leggi adottate dall’Assemblea vengono senza ritardo promulgate dal Consolato in nome di Dio e del Popolo. Se il Consolato indugia, il Presidente dell’Assemblea fa la promulgazione.

I Ministri hanno il diritto di parlare all’Assemblea sugli affari che li riguardano.

I Giudici nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da alcun altro potere dello Stato.

Per le contese civili vi é una magistratura di pace.

La giustizia é amministrata in nome del popolo, pubblicamente; ma il tribunale, a causa di moralità, può ordinare che la discussione sia fatta a porte chiuse.

Questi sono alcuni articoli della Costituzione della Repubblica Romana del 1849.

Quel sogno politico che in una splendida sintesi Giovanni Pascoli, in una corrispondenza con Antonio Mordini, raccolta poi nei suoi «Pensieri e discorsi», descrive cosi: «Tra il Popolo e Dio, nessun intermediario: né re né papa: Repubblica».

E’ la Repubblica del Gianicolo, di Garibaldi, d’Anita, di Mazzini, del Triumvirato, di Mameli e di Giacomo Medici; del Battaglione Universitario e di quello della “Speranza”, dei Fratelli Archibugi, di Henri Dunant, del Lancieri della Morte e di Margaret Fuller Ossoli; di Cristina Principessa di Belgioso, di Luciano Manara, di Ugo Bassi frate barnabita, di Colomba Antonietti, dell’audace Righetto, di Ciceruacchio e di Bixio, che negli ultimi giorni di battaglia se ne buggera delle truppe francesi che gli sparano addosso e comincia a tirare cannonate verso il Cupolone.

Una Repubblica che dura poco nella sua realtà temporale, solo qualche giorno meno di cinque mesi: dal 9 di febbraio al 3 di luglio, ma che segna, con il suo volo alto, la nostra Storia risorgimentale. E’ un’epopea vera di Uomini Liberi che mossi da un comune ideale raggiungono Roma da tutta Italia, dall’Europa e dal mondo.

E’ la Repubblica di quella Costituzione illuminata che ancora oggi fa scuola.

All’inizio della primavera Pio IX, al quale evidentemente non bastano più, come consolazione, le olive di Gaeta e le mozzarelle di Mondragone passa alle maniere forti e chiede aiuto a Luigi Napoleone, Presidente della Repubblica francese soprannominato, da Victor Hugo, “Napoléon le petit “.

I due si conoscono da tempo, dal 1831, da quando Mastai Ferretti, Arcivescovo di Spoleto, accoglie e protegge l’allora Carbonaro Luigi, ricercato per la sua adesione ai moti rivoluzionari nello Stato Pontificio.

All’ex cospiratore, che a Parigi non sa come ingraziarsi l’appoggio del clero e quindi dell’elettorato cattolico, fondamentale per il suo successo elettorale, sembra di sentire suonare gli angeli: non aspetta altro, rompe ogni indugio e organizza un corpo di spedizione.

La Ragion di Stato, il potere, la politica e la politica del potere cambiano gli uomini, non tutti per fortuna. Gli Uomini che guidano quella Repubblica e quel popolo che scopre d’essere Popolo non cambiano idea, non si piegano a nessuna minaccia e rifiutano di credere che la Francia, proprio la Francia, possa attaccare quella che ritengono, e a ragione, la più luminosa applicazione operativa dell’idea repubblicana.

Non possono ne vogliono credere che una Nazione che sentono amica e sorella e che alla quale, in qualche modo s’ispirano, possa macchiarsi d’un simile delitto. Non credono che i “cugini d’oltralpe”, che solo cinquanta anni prima hanno rivoltato il mondo affermando la Repubblica fondata sui principi sacri di la Libertà, Uguaglianza e Fraternità, possano essere capaci di tradire la loro stessa Costituzione che, all’articolo cinque del Preambolo, recita: «La Repubblica Francese rispetta le nazionalità straniere, com’essa intende far rispettare la sua, non intraprende alcuna guerra con viste di conquista, e non impiega giammai le sue forze contro la libertà di verun popolo».

Nicolas Charles Victor Oudinot duca di Reggio salpa da Marsiglia il 18 aprile e dopo una settimana, il 25, sbarca, con circa 7.000 uomini, a Civitavecchia. Ha in tasca una lettera di Luigi Napoleone indirizzata alle “popolazioni romane” nella quale é scritto: «Il governo della Repubblica Francese … dichiara di rispettare il voto delle popolazioni romane … é deciso altresì di non imporre a queste popolazioni alcuna forma di governo che non sia da loro accettato», e sebbene le stesse garanzie siano ribadite all’Assemblea Costituente é da subito evidente che le ragioni vere sono diverse. Il 26 le colonne francesi cominciano la marcia d’avvicinamento alla Città Eterna dove lo sbigottimento, che ha preso il posto della sorpresa, scuote gli uomini della Repubblica che pare vogliano continuare a non credere a quello che pure stanno per vivere e prima di prendere i fucili, prendono carta e penna:

Repubblica Romana

Il Triumvirato

Général,

Vos communications ont eté reçues. Elles sont bien douloureuses pour nous. Nous avons toujours cru à la fraternité de la France; et les prémiéres hostilités nous viennent d’elle.

Le débarquement du corps d’armée sous vos ordres a eu lieu, Général, sans communication antérieure, sans la moindre provocation de notre part. Votre prémiére proclamation nous traitait de minorité anarchique.

Vous avez placé Civitavecchia en état de siége. Aujourd’hui, vous marchez sur Rome. Vous déclarez vouloir entrer dans notre Capitale, lorsque Gouvernement, Assemblée, Peuple, tout vous démande de vous en ténir éloigné. Ce n’est pas là de la fraternité, Général; c’est la conduite d’un ennemi.

Général, les conséquences de ce que vous faites sont incalculables. Le désordre, la lutte,l’anarchie organisée chez nous: des projets de transaction repousséz par le pays et irréalisables: des germes de réaction et de haine là où le nom Français était jusqu’ici révéré: voilà, Général, a que vous venez, nous apporter.

Au nom de Dieu, au nom de la France et de l’Italie, Général, suspendez votre marche. Évitez une guerre entre fréres. Que l’histoire ne dise pas: la République Française a fait, sans cause, sa prémiére guerre contre la République Italienne! Vous avez eté, évidemment, trompé sur l’état de notre pays; ayez le courage de le dire à votre Gouvernement et attendez-en de nouvelles instructions.

Nous sommes decidés de répousser la force par la force.

Et ce n’est pas sur nous qued rétombera la responsabilité de ce grand malheur.

Les Triumvirs: Giuseppe Mazzini, Carlo Armellini, Aurelio Saffi

Roma, 28 Avril 1849

Luciano Manara, lombardo, ventiquattrenne, colonnello comandante del Battaglione Bersaglieri, Eroe delle Cinque Giornate di Milano e Capo di Stato Maggiore ha preso il mare a Chiavari con due vascelli, il “Colombo” ed il “Giulio II”, e vi ha imbarcati seicento fanti piumati. Dopo qualche peripezia alla ricerca di un porto dove poter sbarcare, proprio a Civitavecchia, ha un incontro ravvicinato con Oudinot che gli chiede:

Ma voi lombardi, che c’entrate con gli affari di Roma?” e Manara gli risponde:

E voi, Generale, che siete di Parigi, o di Lione o di Bordeaux?”

Dopo di che riprende il mare e prende terra ad Anzio da dove raggiunge Roma.

Scrive Aurelio Saffi alla madre: «Fra le varie probabilità, può esservi quella che le sembianze di guerra si mutino per incanto in un fraterno abbraccio fra le due parti, distruggendo colle ispirazioni del cuore le arti delle menti diplomatiche e le leggi della disciplina militare francese»

Giungono a Roma volontari da ogni parte dell’Italia e del mondo. E qui che per la prima volta nella nostra Storia Patria, genti diverse per cultura e stato, dialetti, lingue e tradizioni si trovano insieme sotto un’unica bandiera e un unico ideale. E’ proprio qui, a Roma, che aristocratici, borghesi e popolani si sentono, per la prima volta, italiani.

Combattenti improvvisati come i Volontari garibaldini, gli studenti del Battaglione Universitario, quelli del Battaglione della Speranza, quelli della “Legione degli Stranieri” e truppe regolari comandate da Ufficiali di Accademia e d’antiche tradizioni militari. Una miscellanea eterogenea che darà del filo da torcere al più potente esercito del continente.

Luciano Manara scrive nei suoi appunti: «Garibaldi e il suo stato maggiore sono vestiti in bluse scarlatte, cappellini di tutte fogge, senza distintivi di sorta e senza impacci di militari ornamenti. Montano con selle all’americana, pongono cura di mostrare gran disprezzo per tutto ciò che é osservato e preteso con grandissima severità dalle armate regolari. Seguiti dalle loro ordinanze si sbandano, si raccolgono, corrono disordinatamente in qua e là, attivi, avventati, infaticabili».

Garibaldi sistema i suoi volontari in camicia rossa, i reduci e il Battaglione Universitario su una linea che unisce Porta Portese a San Pancrazio e il Colonnello Masi, piazza i suoi sulla linea Porta Cavalleggeri – Porta Angelica.

Luciano Manara e i suoi quattrocento bersaglieri si attestano all’inizio del tratto urbano della Via Aurelia mentre Masina é pronto, con i Lancieri della Morte, a parare eventuali attacchi nella spianata dai Prati di Castello a Ponte Milvio.

Oudinot, che aggredendo la città deve far credere che la sta difendendo, attacca il 30 aprile dalla direttrice dell’Aurelia, ma settemila francesi armati di tutto punto vengono fermati a Porta San Pancrazio sul Gianicolo; sono disorientati e si scoprono sul fianco destro beccandosi le cannonate che gli tirano da Porta Portese. Cercano riparo ripiegando a sinistra ma anche da li, da Porta Cavalleggeri e da Porta Angelica, ricevono il medesimo trattamento.

Garibaldi, in un contrattacco da manuale, a colpi di baionetta e a schioppettate, riprende Villa Pamphilji. I francesi sono in rotta inseguiti dai volontari garibaldini che li ricacciano sulle pendici occidentali del Gianicolo, poi su quelle orientali del Monte Verde e li inseguono, per venti chilometri, fino a Castel di Guido. I romani caduti sono 69, i francesi 250, con 400 feriti e 300 prigionieri. Una disfatta.

Mazzini, che ha dovuto intimare a Bixio di fermarsi, esagera in magnanima generosità restituendo i prigionieri ed i feriti dopo averli curati, assistiti e averli rispettati come «bravi soldati della repubblica sorella» quindi impone la moderazione e la trattativa.

Garibaldi non è d’accordo e decide di cambiare aria andando ad attaccare, sul fianco sud, a Palestrina, le truppe del re di Napoli che prendono una bella suonata.

La Repubblica Romana non é solo Roma, sarebbe sbagliato pensarlo anche se l’attenzione storica é più che altro focalizzata su questo scenario. La Repubblica Romana é tutta quello che era lo Stato della Chiesa: Emilia Romagna, Marche, Umbria e Lazio. Da Montalto di Castro a Terracina sul Tirreno e dalla foce del Po a San Benedetto del Tronto sull’Adriatico.

Gli eserciti delle Due Sicilie, Austriaco e Francese l’attaccano sui vari fronti e i vari fronti, fatalmente, cominciano a cedere visto che le risorse militari repubblicane, sia in termini di uomini che di armamenti, sono assolutamente inferiori a confronto di quelle dei nemici.

Dopo otto giorni di bombardamento austriaco, il 16 maggio Bologna s’arrende mentre a Roma i francesi patteggiano, trattano, chiedono una tregua, poi un armistizio fino al quattro di giugno, ma intanto prendono tempo, infiltrano spie nelle difese romane e fanno arrivare altri 24.000 soldati portando la consistenza del corpo di spedizione francese a 30.000 uomini e a un’ottantina cannoni. Un’enormità, se si considera che é l’equivalente, in numero, di tutto l’esercito sabaudo che Carlo Alberto aveva schierato nella Prima Guerra d’Indipendenza.

La sberla che ha preso il 30 Aprile brucia ancora ad Oudinot che, consapevole del fatto che Luigi Napoleone non é disposto a fare un’altra figuraccia, tanto per stare tranquillo, alla straordinaria superiorità del suo esercito aggiunge il tradimento e lo spergiuro e cosi, pur essendosi impegnato in virtù dell’armistizio firmato a rispettare la tregua fino al 4 di Giugno, la notte del 3 apre una breccia nel muro di cinta di villa Pamphilji e attacca all’alba scaricando sui difensori, presi alla sprovvista e a tradimento, un fuoco terrificante.

Villa Corsini e Villa Valentini vengono occupate ma al Casino dei Quattro Venti i repubblicani non mollano. Al Vascello, Giacomo Medici resiste eroicamente.

Due volontari, Annibali e Costa, nonostante carichi come muli di armi e munizioni, sotto il fuoco francese corrono in soccorso di due bersaglieri di Manara feriti alle gambe e li trascinano fino a dentro la propria trincea. I francesi li guardano a bocca aperta, smettono di sparare, gli battono le mani e poi gli presentano gli onori militari.

I morti cadono a mazzi e sono portati giù in città a carrettate. Sono tanti, troppi e troppo giovani. Scrive il poeta:

«E come la giornata era finita,

cominciava a sfilà la processione

de quelli che, sortiti dalle porte

la matina ner mejo de la vita,

ce rientravano in braccio de la morte»

Cesare Pascarella, in una splendida quanto toccante ricostruzione postuma la racconta cosi:

« E noi come sentissimo er cannone

ch’era l’allarme de li tradimenti,

trombe!… tamburi! …

Fra la confusione de staffette, de strilli, de lamenti,

se seppe che er nemico era padrone

già der Casino de li Quattro Venti.

Pe’ riportaje via la posizione

se cominciorno li combattimenti.

E dar primo momento che sorgeva

la luce, che s’uscì for da le Porte,

fino all’urtimo che ce se vedeva,

Se fece tutto!… Ma nun ce fu verso

de spuntalla! Fu preso pe’ tre vorte

de fila e pe’ tre vorte fu riperso.

Eppure, come daveno er segnale

(mentre da le finestre e le ferrate

veniva giù l’inferno!), dar viale

se rimontava su le scalinate;

S’entrava ner portone, pe’ le scale,

Pe’ le camere, fra le baricate

De sedie e tavolini, pe’ le sale,

A mozzichi, a spintoni, a sciabolate,

Co’ qualunqu’arma, come se poteva,

Fra fiamme, foco, strilli, sangue, morte,

Se cacciaveno via; se rivinceva;

Se rivinceva; ma nun ce fu verso

De spuntalla. Fu preso pe’ tre vorte

de fila e pe’ tre vorte fu riperso.

L’urtima, er tetto in cima già fumava;

Travi, soffitti, mura s’abbruciaveno,

Pe’ le camere ormai se camminava

su li morti che se carbonizzaveno;

E a ‘gni razzo, a ‘gni bomba che schioppava

Ne le camere che se sfracellaveno,

Mentre che se feriva e s’ammazzava,

Travi, soffitti… giù!, se sprofonnaveno.

E pure, sai? Finché nun fu distrutto,

Finché ce furno muri, scale, porte

Pe’ ripotecce entrà’, se provò tutto;

Se provò tutto; ma nun ce fu verso

De spuntalla. Fu preso pe’ tre vorte

De fila e pe’ tre vorte fu riperso.

E perduta che fu la posizione,

Che se pò dì’ se l’ereno rubata,

Per quanto ch’uno avesse l’intenzione

Che la difesa fosse seguitata,

Nun c’era più da stasse a fa’ illusione:

Perché ‘na vorta persa la giornata

der tre giugno, pe’ Roma era questione

de tempo, ma la sorte era segnata.

Perché, senza contà’ la gente morta,

er terribile ch’era succeduto

era che, de noi antri, for de Porta

Nun c’era più che Medici ar Vascello.

Er resto tutto quanto era perduto.

Nun ce restava in piede antro che quello.

Ma ce rimase lì fino a la fine:

Fin che er muro, li sassi, li mattoni,

Fin che le pietre de li cornicioni

Nun staveno giù drento a le cantine.

E lì, fra assarti, mine, contromine,

Tutti li reggimenti e li cannoni,

Fin che nun volle lui, non furno boni

De fallo scegne’ giù da le rovine.

Ché, dar principio che ce s’era messo,

Più loro li francesi ce provaveno

A cacciallo, e più lui sempre lo stesso.

Imperterrito sempre e sempre in cima

A le macerie, se lo ritrovaveno

Gni giorno sempre lì peggio de prima.

E per quanto ‘na forza strapotente

Lo strignesse così, ch’uno pensava

Che, insomma, via, nun fosse umanamente

Possibile de stacce, lui ce stava.

E più che quello lì lo subissava

De ferro e foco e j’ammazzava gente,

Più che j’annava sotto e l’intimava

De lassallo, e più lui Medici gnente.

Lo lassò. Solo all’urtimo momento;

Ma perché Garibardi, da le Mura

J’impose de lassallo e tornà’ drento.

Allora lo lassò. Sortanto allora;

Si no, Medici, quello era figura

Che lì ar Vascello ce starebbe ancora.

Razzi e bombe fioccaveno! Ma pure

Framezzo a le rovine e li sfaceli

De li palazzi, in mezzo a le paure

De quell’urtimi strazi più crudeli,

Nun se cedeva. E er Pincio e l’antre arture,

La Trinità de Monti… a l’Areceli

S’empiveno de donne e de creature

Che cantaveno l’inni de Mameli.

Lo cantaveno tutti! E intanto quello

che li scriveva, consunto dar male,

Co’ na gamba tajata, poverello!,

Dar giorno che fu fatta la sortita

Der tre giugno, languiva a l’ospedale

In un fonno de letto in fin de vita.

E come risentivi dì’: Fratelli

d’Italia…, rivedevi tutti quanti

Co’ l’accétte, li sassi, li cortelli,

Corre’ a le Mura e ributtasse avanti:

Tutti li rivedevi!… Fino quelli

Chiusi ne l’ospedali, agonizzanti,

Li rivedevi pallidi e tremanti

Scegne da letto e uscì’ da li cancelli;

Rivedevi li morti insanguinati

Che riapriveno l’occhi, se riarzaveno

Da per terra dov’ereno cascati,

E senza sentì’ più li patimenti

De le ferite, se ristracinaveno

Su le Mura e rimoriveno contenti »…

Villa Glori, Villa Medici, Villa Spada, Villa Doria Pamphilj, il Vascello, la Villa Corsini ed il Casino dei Quattro Venti. E’ qui che si scrive la Storia della Repubblica.

Se ci andate adesso a fare una passeggiata in una di queste ville gianicolensi, tra mamme profumate e bambini capricciosi che vogliono il palloncino, se state attenti potete immaginare tutto e sentire gli scoppi, l’odore della terra d’estate e quello acre del sangue mischiato alla polvere da sparo. Potete sentire le urla, le imprecazioni e gli squilli di tromba…

Se sarete capaci di questo sentirete anche voi, come un sasso spigoloso nell’anima, la paura sgomenta di chi non vuole morire a vent’anni e pure é pronto a morire, morire e morire ancora e proverete, anche voi, il coraggio acceso dal terrore che poi, dalla Storia, fa ricordare come Eroi e forse, come accade a me, rimpiangerete di essere nati con almeno cento ottanta anni di ritardo.

Quando poi vi incamminerete verso il belvedere del Gianicolo passando sotto la statua equestre del Gran Maestro dei framassoni, il Generale Garibaldi, ai piedi della quale una Squadra abbraccia un Compasso, e vi soffermerete in quel giardino costellato di busti di marmo, ricordatevi quello che di Loro scrisse, ancora, Pascarella :

… “prima d’esse busti, so’ stati tutti quanti ommini veri” …

…e allora, perdio!, fermatevi un momento, mettete il vostro cuore e la vostra anima all’Ordine, chinate il capo e rendete omaggio e onore a tanto coraggio e a tanto amore!…

Per tutto giugno i combattimenti infuriano e giorno dopo giorno, nonostante l’eroismo e la voglia di resistere, tutti capiscono che il destino é segnato. Ma non ci si arrende e si continua a combattere e a morire.

Nelle «Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi» Gabriele D’Annunzio dopo mezzo secolo scrive… «Veniva senza squilli, in corsa alla Porta di San Pancrazio la seconda legione lombarda, quella dal Medici condotta florida schiera giovanile, corona di Lombardia. Il Vascello dal prode Sacchi difeso fin quasi a mezzo il giorno, quindi tenuto da quel santo e feroce Manara cui serbata era la gloria di Villa Spada» …

Negli ultimi giorni del mese ormai é chiaro che non c’é più niente da fare:

…“Dappertutto sordati, giù a l’oscuro

sotto le file de li colonnati,

buttati tra la paja addosso ar muro.

Qualunque cosa viva era finita.

In quell’urtimi istanti disperati

Roma nun dava più segni de vita”…

L’eroismo dei repubblicani non riesce a fermare un nemico feroce e ferocemente frustrato che taglia le condutture d’acqua e che non si fa scrupolo di colpire chiese ed ospedali.

Villa Savorelli, sede dello Stato Maggiore é conquistata la notte del 21 giugno. C’é una gran luna piena che fa sembrare la notte giorno eppure i resistenti sono cosi stremati che nemmeno s’accorgono dell’azione diversiva con la quale sono fatti prigionieri.

La Repubblica é virtualmente caduta. Il Vascello, Casa Giacometti e San Pancrazio affogano in un mare di bombe che arrivano da ogni direzione. Le mura gianicolensi cominciano a crollare sui difensori.

Giuseppe Garibaldi scrive nelle sue memorie: «Il Vascello si sostiene fino all’ultimo per la bravura di Medici e della sua gente; e quando si abbandonò, alla fine, non rimaneva di quell’esteso edificio che un mucchio di macerie»…

A Villa Spada cade Luciano Manara, uno di quelli che non s’arrende mai. Muore tra le braccia di Emilio Dandolo, fratello di Enrico che era morto il 3 giugno.

Il 29, giorno di San Pietro e Paolo, c’é una calma che lascia sgomenti. Diluvia. I Repubblicani “senza Dio” onorano la tradizione illuminando il Cupolone con i moccolotti e mentre i lampi e i tuoni litigano forte i francesi sfondano sfondano tre bastioni nelle mura.

Il 2 Luglio Garibaldi, che il giorno prima all’Assemblea Costituente aveva detto “Dovunque saremo, colà sarà Roma“, raduna i suoi volontari a Piazza San Pietro. Sta’ ritto sulle staffe: «io esco da Roma: chi vuol continuare la guerra contro lo straniero, venga con me … non prometto paghe, non ozi molli. Acqua e pane quando se ne avrà»…

Finisce di parlare dando appuntamento, a quelli che vorranno seguirlo, alle sei del pomeriggio in Piazza San Giovanni. Si ritrovano in 4.700, marciando a verso nord, cambiando direzione ogni giorno e tirandosi appresso tre eserciti. Poi, il 31 luglio trovano rifugio nella Repubblica di San Marino dove si fermano qualche giorno per poi proseguire, passando per Ravenna, verso Venezia che resiste e dove non arriveranno mai. Anita muore gravida, stroncata dalla febbre, e Garibaldi la sotterra in poco tempo e sotto poca terra. Tanto poca che deve coprire la fossa con le pietre per evitare che il corpo venga profanato dagli animali selvatici.

I francesi entrano il 3 Luglio verso mezzogiorno, occupano Trastevere, i Prati di Castello, il Pincio, Ripetta, Porta del Popolo e Campo Marzio; presidiano Ponte Mollo (Milvio), Ponte Sant’Angelo, Ponte Sisto e l’Isola Tiberina ma intanto, in Campidoglio, viene promulgata la Costituzione.

Dalla scalea michelangiolesca del Palazzo Senatorio, Giuseppe Galletti, presidente dell’Assemblea, la legge al Popolo che sventola i Tricolore con, nel campo bianco, il motto “Dio e Popolo” mentre, nello stesso momento, lo Stato Maggiore francese già sale all’Ara Cœli.

Il Duca il Reggio si fa vivo solo nella serata con un comunicato nel quale elogia i «veri amici della libertà», condanna «la fazione straniera» dei repubblicani che definisce «pochi faziosi e traviati responsabili di un’empia guerra» e per chiudere in bellezza proclama la legge marziale.

A Brescia, che dopo dieci giorni di lotta e combattimenti che gli varranno il titolo di “Leonessa d’Italia” è caduta sotto le armi austriache, il 9 e il 10 luglio il signor Julius Jacob von Haynau comandante delle truppe imperiali austriache, che con affetto e benevolenza dopo centosessant’anni è ancora ricordato come il “macellaio”, festeggia la caduta della Repubblica impiccando, in piazza, una dozzina di resistenti catturati durante la repressione e che evidentemente, previdente, si era “tenuto da parte”.

Mazzini e i Triumviri esitano ad andarsene e anzi rimangono fino all’arrivo dei francesi in Città. Mazzini anche dopo, per vedere quello che succede e forse, chissà, per non separarsi dal sogno di Roma repubblicana.

Carlo Pisacane non solo resta a Roma con la sua Enrichetta, ma rifiuta di smettere l’uniforme e se ne va a spasso, spavaldo e strafottente, in mezzo alle truppe francesi.

Il 5 luglio, Mazzini invia una lettera ai Romani dove, tra l’altro scrive:

La Repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà”.

Roma é conquistata ma non doma e sa ancora parlare, e parla come sa, per bocca di Pasquino:

« Allons, enfants de sacrestie,

le jour de la hont est arrivé!

Par vous main de la tyrannie

L’étendard sanglant est sauvé

Aux armes, sacristains! formez vos bataillons!

Marchons! Le pape est roi de droit de nos canons ».

niente di peggio si può immaginare, né tanto meno scrivere, parafrasando la Marsigliese.

Il 15 luglio la bandiera pontificia sventola sopra all’Angelo di Castello ma Pio IX, che non brilla per coraggio quando si tratta di rischiare la propria pelle e vuole essere sicuro di non correre rischi non mettendo a repentaglio il suo alto magistero, rientra a Roma solo nell’aprile del 1850 congedandosi da Ferdinando II che chiama “figlio” e ringraziandolo per la protezione.

Il Borbone é degno figlio del padre, un uomo che la storia ci consegna come “re bomba” e che l’anno prima, nel 1848, per soffocare e reprimere le rivolte siciliane, non ha esitato a dar ordine di sbudellare bambini, violentare donne, distruggere case e chiese, bombardare Messina e ridurre in macerie Catania ma per il Papa questo è un figlio di cui andare orgoglioso.

Quel Papa, quel Pio IX, al quale il popolo di Roma non gliela perdona e non gliela perdonerà mai.

Disse ancora Pasquino:

« Fior d’amaranto!

Mi rallegro con Voi, O Padre Santo!

Fu proprio per il bene delle Genti

che faceste sgozza’ quest’innocenti!

Fiorin di melo!

Questa é la carità dell’Evangelo!

Erano Vostri Romani e fur scannati

Da le lame de barbari soldati!

Ma se siete un Pastore, siete di quelli

che mandano li lupi a divorà l’agnelli »

Per la Repubblica, per quell’Idea e per quel Sogno, ci lasciano la pelle in parecchi. Molti di Loro sono passati alla storia e sono la nostra Storia, come Goffredo Mameli, ventunenne, che divorato dalla cancrena muore su un letto alla Trinità de’ Pellegrini, non prima d’aver lasciato all’Italia una lettera d’amore, un Canto, il “Canto degli Italiani”, che diventa un inno, il nostro. Sulla sua tomba, nel Sacrario degli Eroi sul colle Gianicolo, il più Sacro a Roma, é incisa una frase di sua madre Adelaide: …«però il mio dolore é profondo e lo tengo sacro, tutto per me. Cerco di essere degna del figlio. E d’una italiana, me lo divinizzo, lo considero come un martire, e come tale non lo piango»…

Oltre a Lui crepano tanti che non conosciamo, per lo più giovani. Troppo giovani.

Muoiono, straziati e dilaniati, anche una cinquantina di ragazzini. Quelli che quando arrivava una mina francese ci si buttavano sopra con uno straccio bagnato per spegnerla gridando «Bomba, bomba! Panza a tera!». Tra loro c’era Righetto, «l’Audace Righetto» (6) .

Una mattina «de bon’ora», giù a la Renella, andò per disinnescare l’ennesima “bomba franzosa” ma quella, perché con la miccia più corta, o solo perché era scritto che scoppiasse scoppiò, lasciandolo spappolato sul greto del Tevere insieme a Sgrullarella che era la cagnetta sua. Sgrullarella morì subito, invece Righetto, “l’Audace Righetto”, ci mise due settimane. Mi vengono gli occhi lucidi al solo ricordarli, povero figlio e povera bestiola.

Alza un sorriso al cielo che pare di smalto e stretta tra le braccia del marito sussurra con un fiato: “Viva l’Italia”. Cosi muore Colomba Antonietti di Foligno, colpita da una cannonata che le centra il ventre gravido mentre tenta di chiudere, con i sacchi di pozzolana, una breccia a San Pancrazio. E’ il 13 giugno.

La sua bara é povera, ma è coperta di rose bianche e fiori di campo e la gente di Roma le rende omaggio nella chiesa di San Carlo ai Catinari, la chiesa dei barnabiti.

Il 13 Giugno sotto al cannoneggiamento francese muore anche Cesare Scarinci che a ventuno anni, capitano artigliere del Battaglione Universitario «peritissimo nella matematica e nella balistica», come recita una lapide a lui dedicata in un piccolo paese umbro, si becca una palla francese proprio in mezzo al petto mentre tenta di difendere il ristretto del Vascello.

Suo cugino Paolo, compagno di studi e commilitone nel medesimo Battaglione, se lo strinse al cuore e ne raccolse l’ultimo fiato. Avevano giurato insieme fedeltà al Battaglione e alla Repubblica recitando la formula:

“…d’impugnar moschetto e spada

primi a offrire il nostro petto.

Di salvar questa contrada giuriam tutti nel Signore.

Chi non giura è maledetto, chi non giura è un traditore.

La vittoria è nostra ancella, nostro sogno è Libertà…”

Paolo, riportò ai genitori di Cesare la giubba ornata sulle maniche con gli alamari d’oro e sul petto da un foro bruciacchiato proprio sopra un paio di medaglie, il fazzoletto tricolore e la sciabola d’acciaio lampante tenendo solo per sé in fondo all’anima, finché campò, l’ultima scintilla di vita degli occhi di Cesare, le cannonate a San Pancrazio le schioppettate ai Monti Parioli e certi tramonti gianicolensi che indorarono la Roma della sua gioventù studentesca e repubblicana.

Angelo Brunetti, carrettiere a vino, era il Gonfaloniere di Campo Marzio. Lo chiamavano Ciceruacchio, forse per una deformazione romanesca di Cicerone, per via della parlantina sciolta che non gli faceva difetto. Con i due figli, Gigi e Lorenzo di appena tredici anni, povera creatura pure lui, traditi da Fortunato Chiarelli detto Capitin, un giudaccio di oste, vengono consegnati agli austriaci.

…« Dice… come te chiami?

Angelo Brunetti, Eccellenza, detto Ciceruacchio, gonfaloniere de Campomarzio e de professione carrettiere… se sente da come parlo….

Dice…. Allora perché te sei ‘mpicciato de cose che non te riguardano?

Dico, perché io so carrettiere, ma a tempo perso so’ omo, e l’omo se ‘mpiccia Eccellenza.

Difatti vie’ Garibaldi e dice: “Famo l’Italia”, e io che fo? non me ‘mpiccio?

Io so’ romano eccellenza, ma a tempo perso so italiano, è colpa?

Dice: “sì”

Ah mo è colpa esse italiano?

“No” dice lui, è colpa perché tu hai difeso l’anarchia e la rivoluzione.

Ma nossignore Eccellenza!, io ho difeso Roma, er paese mio e lei ce lo sa mejo de me.

Ma come?! i Francesi me pijano a cannonate e io nun me ‘mpiccio?! nun me riguarda?!

Insomma Eccellenza se annamo a strigne, ch’avemo fatto de male? Sta’ creatura manco a dillo, ma io? Io c’ho fatto? Ho voluto bene a Roma, e mbé? e da quando in qua l’amor de Patria è diventato un delitto?

Però se nella legge vostra è un delitto voler bene ar paese proprio, allora io so colpevole, anzi so reo confesso, e m’offenderebbe pure se me rimandaste assorto, per cui, eccellenza, spero che lei se sia appersuasa»… (7)

Luka Rokavjna, tenente croato coi mustacci rassegati, alla mezzanotte del dieci d’agosto li appiccica, tutti e tre, al muro di un cason de valle a Cà Tiepolo, nel delta del Po, e dal plotone che comanda gli fa scaricare addosso una grandinata di palle di fucile.

A Bologna, a Giovanni Livraghi e Ugo Bassi tocca la stessa fine ma in più al Barnabita che non essendo stato sconsacrato “a divinis” ha in se, secondo il Canone, la sacralità del Sacerdozio, evidentemente in uno slancio di carità cristiana, Sua Santità, fa negare i conforti religiosi.

Non sapeva scrivere, però quand’era a cavallo sembrava un re, fiero e coraggioso, «con gli occhi neri di malizia e i denti bianchi d’allegria».

“Er Moro”, come lo chiamavano a Roma, era nato a Montevideo capitale della Banda Oriental (8). Era li che aveva conosciuto il Generale, combattendo contro le ambizioni di conquista argentine e Garibaldi che gli era debitore della vita, per riconoscenza, l’aveva nominato tenente del suo Stato Maggiore.

Andrea Aguyar, era questo il suo nome, galoppava come il vento per tutta Roma con un turbante in testa e il poncho variopinto.

Sembrava un tutt’uno col cavallo. Sembrava invulnerabile a cavallo e forse chissà, era proprio cosi.

Se ne va al Creatore steso su un pagliericcio dell’ospedale di piazza della Scala. Una mattina che a piedi imboccava il vicolo che da piazza di Sant’Apollonia porta a Ponte Sisto, una palla di cannone venuta giù «a chilomba» (9) chissà da dove lo becca in pieno. Lui neanche se n’accorge che la “commaraccia secca de Strada Giulia(10) sta per cascargli in testa sennò, magari con un salto, lesto com’era, quel bombone l’avrebbe schivato di certo li, all’imbocco di quel vicolo che oggi, a Trastevere, è il Vicolo del Moro…

Lunedì 9 Luglio, il Principe Agostino Chigi scrive nel suo diario: «Questa sera i pompieri, alle 10, scortati dalla truppa francese, sono andati a levare il berretto rosso dalla cima dell’obelisco del Popolo»

In ricordo di Sandro Giacchetti, appassionato cultore del Gianicolo e della Repubblica Romana

NOTE

1) Beatificato da Giovanni Paolo II il 30 Settembre 2000;

2) Re Tentenna: Carlo Alberto Amedeo di Savoia (Torino, 2 ottobre 1798 – Oporto, 28 luglio 1849)

3)Re Bomba: Ferdinando II di Borbone (Palermo, 12 gennaio 1810 – Caserta, 22 maggio 1859)

4) “Oh, perciò benedite gran Dio l’Italia, e conservatele sempre questo dono preziosissimo di tutti, la Fede! Beneditela con la benedizione che umilmente vi domanda, posta la fronte per terra, il vostro Vicario”.

5) allocuzione di Pio IX del 29 aprile 1848:

“Ai nostri soldati, mandati ai confini del dominio pontificio, non volemmo che s’imponesse altro, sennonché difendessero l’integrità e la sicurezza dello Stato pontificio. Ma conciossiacosaché ora alcuni desiderino, che Noi altresì con altri popoli e principi d’Italia prendiamo guerra contro gli Austriaci, giudicammo conveniente di palesar chiaro… che ciò si dilunga del tutto dai nostri consigli, essendoché Noi…abbracciamo tutte le genti, popoli e nazioni con pari studio e paternale amore”.

6) Roma ha sempre custodito le memorie di questo ragazzo trasteverino di dodici anni, ricordato, sempre, insieme alla cagnetta «Sgrullarella» e, grazie all’impegno dell’Associazione «gli Amici di Righetto» non ha mai perduto il ricordo. Ma chi era Righetto? Non si conosce il suo cognome ma si sa che in tempo di pace Righetto si guadagnava la pagnotta facendo il garzone per diversi i bottegai, e strappava le micce delle granate francesi, sparate sulla città. Il 29 giugno 1849, sotto una pioggia scrosciante, una granata gli scoppiò tra le mani e lo uccise. La tradizione racconta che i suoi resti sarebbero custoditi nel Sacrario Gianicolense insieme con quelli d’altri “regazzini” caduti durante la difesa di Roma.

Da qualche anno un monumento a Righetto, e a Sgrullarella, é stato finalmente posto nei giardini del Gianicolo, tra i busti degli altri Eroi. Si é discusso qualche tempo su dove collocarlo e alla fine é stato deciso di metterlo accanto alla giostra dei bambini. Com’é giusto.

7) monologo di Ciceruacchio in faccia al plotone d’esecuzione. Tratto dal film “in Nome del Popolo Sovrano”, di Luigi Magni

8 “Banda Oriental” come allora si chiamava l’Uruguay

9) Nel dialetto romanesco si usava l’espressione «a chilomba» per dire di un qualcosa che scende, a piombo, dall’alto. Pare che derivi dall’immagine evangelica della colomba (lo Spirito Santo) che dall’alto scende sul capo di Gesù nel momento in cui viene battezzato da Giovanni;

10) “la Commaraccia secca de strada Giulia” ovvero la Morte rappresentata con ridondanza sulla facciata e all’interno della chiesa di Santa Maria dell’Orazione e della Morte, per l’appunto in via Giulia in Roma. Tipica espressione figurata romanesca riportata anche nel Sonetto “Er Tisico” di Giuseppe Gioachino Belli.